Namo tassa bhagavato arahato sammāsambuddhassa

Introduzione a 1.1.0
Bahujanahitasuttaṃ - A beneficio di molti

Jāge jāge dharama kī vāṇī
Maṅgala mūla mahā kalyānī
Maṅgala mūla mahā kalyānī
Jāge jāge dharama kī vāṇī

Sorgano le parole del Dhammo,
Quelle radici di grande felicità e benessere,
Quelle radici di grande felicità e benessere,
Sorgano le parole del Dhammo!

Doha in hindī di S. N. Goenka recitata nei corsi di dieci giorni1

Il rinomato insegnate di meditazione S. N. Goenka equiparò pariyatti, lo studio delle parole del Buddha, gli originali suttāni in pāḷi, all’oro che impreziosisce la gemma di paṭipatti, la benefica pratica della meditazione. In questo senso tutte le citazioni, i suttāni e l’antologia di pariyatti contenuti in questo corso Esplorare il sacro antico cammino nelle parole originali del Buddha,2 insieme con l’introduzione e il glossario, intendono offrire ispirazione per la pratica. È solo l’applicazione di paṭipatti che alla fine condurrà alla realizzazione, concretizzazione e a rendere tangibili i personali benefici mentre pariyatti infonderà coraggio, motivazione ed entusiasmo.

Per infondere entusiasmo il primo capitolo di questa raccolta si sforzerà di indicare la rarità di qualcosa normalmente dato per scontato:

La grande fortuna per gli esseri umani nell’attuale corso dell’esistenza di poter incontrare il magnifico, efficace e benefico insegnamento del Risvegliato!

Mentre eoni ed eoni si consumano nell’oscurità, ora l’umanità ha a portata di mano un rimedio, non solo a livello di comprensione teorica e soddisfazione intellettuale, ma anche di pratica genuina, applicabile sotto forma di gemma generosamente presentata con Vipassana.3

Dopo che il Buddha ebbe ordinato i primi cinque discepoli, il nobile giovane Yaso e i suoi amici, il numero degli arahanto crebbe fino a sessantuno. Alla vigilia del primo ritiro delle piogge il Buddha li incoraggiò a diffondere il Dhammo con le seguenti parole:

Caratha, bhikkhave, cārikaṃ bahujanahitāya bahujanasukhāya lokānukampāya atthāya hitāya sukhāya devamanussānaṃ; mā ekena dve agamittha; desetha, bhikkhave, dhammaṃ ādikalyāṇaṃ majjhekalyāṇaṃ pariyosānakalyāṇaṃ sātthaṃ sabyañjanaṃ kevalaparipuṇṇaṃ4 parisuddhaṃ brahmacariyaṃ pakāsetha.5


Andate in giro, bhikkhū, per il benessere delle moltitudini, per la felicità delle moltitudini, per compassione del mondo, per il beneficio, il benessere e la felicità di dèi e uomini. Che nemmeno due vadano nella stessa direzione. Insegnate, bhikkhū, il Dhammo che è benefico al principio, benefico nel mezzo e benefico alla fine, espressivo e significativo, completo in ogni parte, altamente puro; mostrante la vita santa.


Il testo con cui si apre questo programma di studio pāḷi, il Bahujanahitasuttaṃ, proviene dall’Itivuttakapāḷi, una raccolta di suttāni che cominciano tutti con vuttañhetaṃ  ‘questo è stato detto’.6 È il quinto suttaṃ del capitolo intitolato tikanipāto ‘sezione dei tre’. Le tre cose descritte in questo suttaṃ sono i tre individui che sorgono per il beneficio ed il benessere degli esseri (bahujanahitāya) il Buddha (il Tathāgato7), l’Arahaṃ e il discepolo che è in grado di insegnare il Dhammo.

Vuttañhetaṃ ‘questo è stato detto’ si riferisce alla schiava della regina Sāmāvatī chiamata Khujjuttarā di Kosambī. Il nome Khujjuttarā le fu dato poiché aveva una schiena deforme (khujja ‘storto’) dalla nascita. Si diceva che in una delle sue vite precedenti aveva imitato un paccekabuddho che era gobbo. Nonostante la sua posizione di giovane schiava (poiché in un’altra vita precedente aveva trattato una monaca come giovane schiava) aveva la capacità di comprendere a volo e la facoltà di memorizzare qualunque cosa sentiva. Questo fu la conseguenza di una situazione in cui concepì una rapida risoluzione in una vita precedente presentando dei braccialetti a dei paccekabuddhā che con difficoltà potevano reggere le loro ciotole contenenti cibo bollente.

Il suo cómpito principale presso la regina Sāmāvatī era stato quello di procurare un mazzo di fiori freschi ogni giorno. Era stata sua abitudine comprare mezzo mazzo di fiori intascando la metà del denaro. Questa sua attitudine cambiò quando un giorno di trovo ad ascoltare un discorso del Buddha che la ispirò a tal punto che ella presentò alla regina il congruo numero di fiori. La regina fu sorpresa dal ricevere tutti quei bellissimi fiori quel giorno e la schiava confessò il suo cattivo comportamento passato. Ma invece che rimproverare Khujjuttarā, la regina Sāmāvatī le impartì un nuovo cómpito: da quel momento in poi ella doveva andare ad ascoltare i discorsi del Buddha e ripeterglieli ogni giorno.

Quando le qualità intrinseche del Dhammo maturano in una persona persona che procede sul sentiero nel modo descritto dal Buddha allora si manifesta in genere interiormente il valore di ehipassiko.8 Si sviluppa l’ardore di condividere con molti altri i benefìci — bahujanahitāya — e i meriti acquisiti come risultato dell’applicare il Dhammo.

Il solo desiderio di aiutare gli altri esseri ha informato di sé l’ardua dedizione del Buddha nutrita per periodo di tempo imponderabile di quattro asaṅkheyye9 e centomila kappā:10

Kappe ca satasahasse,11 caturo ca asaṅkhiye;
amaraṃ nāma nagaraṃ, dassaneyyaṃ manoramaṃ.12

Centomila eoni e quattro incalcolabili fa
c’era una graziosa città di nome Amaraṃ,13 bella da vedere.

Questo desiderio di aiutare gli altri esseri fece sì che il Buddha, allora quale samaṇo Sumedho, si prostrasse ai piedi del buddho Dīpaṅkaro e formulasse la sua aspirazione di divenire egli stesso un sammāsambuddho. Questo desiderio di aiutare gli altri esseri fu la sola ragione per la quale rinunciò alla possibile risveglio per sé stesso espresso col pensiero:

Kiṃ me ekena tiṇṇena,14 purisena thāmadassinā;15
sabbaññutaṃ pāpuṇitvā, santāressaṃ16 sadevakaṃ.17

Che senso ha se io solo posso traversare, pur vedendo un uomo di tali capacità?
Raggiunta l’onniscienza, farò traversare [tutti gli esseri], devā inclusi.

Fu il suo desiderio di aiutare e di favorire altri esseri a realizzare il beneficio assoluto, il nibbānaṃ: Tattha atthāyāti iminā paramatthāya,18 nibbānāyāti vuttaṃ hoti.19

Fu il suo desiderio di aiutare altri esseri a conseguire un nobile sentiero, che una volta applicato, favorisce il raggiungimento del sommo benessere, il nibbānaṃ: Hitāyāti taṃsampāpakamaggatthāyāti20 vuttaṃ hoti. Nibbānasampāpakamaggato hi uttariṃ hitaṃ nāma natthi.

Fu inoltre il suo desiderio di aiutare e favorire altri esseri a realizzare quella stessa felicità conquistando trionfalmente l’entrata nella corrente verso il nibbānaṃ: Sukhāyāti phalasamāpattisukhatthāyāti21 vuttaṃ hoti, tato uttari sukhābhāvato.

Tutto quest’ardore di condividere i proprî meriti si sviluppa come conseguenza del proprio percorso sul sentiero del Dhammo, il che è di per sé benefico, incoraggiante e conduce al benessere in tre modi:

ādikalyāṇaṃ majjhekalyāṇaṃ pariyosānakalyāṇaṃ


benefico al principio, benefico nel mezzo e benefico alla fine.


Si comincia col rendersi conto che si traggono già enormi benefìci iniziando a osservare i principî morali di sīlaṃ. Questi benefìci si moltiplicano quando si comincia  a praticare la calmante meditazione di Vipassana e si raggiunge il culmine nel realizzare il frutto del nibbānaṃ: sāsanadhammo attano atthabhūtena sīlena ādikalyāṇo, samathavipassanāmaggaphalehi majjhekalyāṇo, nibbānena pariyosānakalyāṇo.

Si assapora la bellezza del Dhammo proprio dall’inizio attraverso sīlaṃ e samādhi, nel mezzo mediante Vipassana e il cammino, alla fine realizzando il frutto del nibbānaṃ: sīlasamādhīhi vā ādikalyāṇo, vipassanāmaggehi majjhekalyāṇo, phalanibbānehi pariyosānakalyāṇo.

La bellezza del Dhammo si palesa nel in Buddha veramente risvegliato, in un Dhammo che è puro e in un Saṅgho che pratica rettamente: buddhasubuddhatāya vā ādikalyāṇo, dhammasudhammatāya majjhekalyāṇo, saṅghasuppaṭipattiyā pariyosānakalyāṇo.

Che questo primo suttaṃ scelto, il Bahujanahitasuttaṃ, ispiri molti esseri a percorrere il sentiero e a realizzarne i benefìci – ādikalyāṇaṃ majjhekalyāṇaṃ pariyosānakalyāṇaṃ – e che essi possano essere condivisi con molti altri esseri!


1. Fu l’aspirazione che potesse compiersi questo augurio di S. N. Goenka a costituire la motivazione per la preparazione di questo programma di insegnamento di pāḷi e del breve testo Introduzione alla grammatica pāli.

2. Questo corso Esplorare il sacro antico cammino nelle parole originali del Buddha ha per fonte il Chaṭṭha Saṅgāyana Tipiṭaka basato sulla versione birmana del Tipiṭakaṃ ed è stato digitalizzato dal Vipassana Research Institute: www.tipitaka.org.

3. La profezia pronunciata da Thero Phusso secondo la quale il periodo attuale corrisponde alla seconda (metà del) sāsanaṃ di 2500 anni si ritrova in maggior dettaglio in 2.1.15 Phussattheragāthā – La profezia…

4. Vedere il vocabolario di questa lezione per la traduzione.

5. Mārakathā, Mahākhandhako, Mahāvaggapāḷi, Vinayapiṭake.

6. In generale l’espressione ‘etamatthaṃ bhagavā avoca’ ‘Il Bhagavā ha illustrato questo argomento’ – simile a quella in apertura vuttañhetaṃ — conclude la parte in prosa delle parole del Buddha nell’Itivuttakapāḷi.

L’espressione tatthetaṃ iti vuccati ‘a questo riguardo così disse’ introduce a seguire delle strofe aggiuntive con lo scopo di riassumere in versi l’argomento trattato in prosa.

7. Il Buddha impiega il termine tathāgato quando si riferisce a sé stesso. Lo si può far derivare da tathā gato ‘così andato’ (cioè che ha percorso il cammino fino al risveglio dall’inizio alla fine) oppure da tathā āgato ‘così andato’ (cioè che ha conseguito lo stato del risveglio percorrendo il cammino proclamato da lui e da tutti i buddhā). Per maggiori ragguagli sulle qualità del tathāgato si veda Lokasuttaṃ e Kāḷakārāmasuttaṃ in Aṅguttaranikāyo, Catukkanipātapāḷi, Paṭhamapaṇṇāsakaṃ, Uruvelavaggo.

8. ehipassiko: ehi (imperativo di eti) + passiko ‘vieni + vedere’, quel che invita a venire e vedere (le qualità del Dhammo).

9. asaṅkheyye: letteralmente ‘da non calcolare’, incalcolabile, un periodo di tempo immenso.

10. kappā: un periodo di tempo fisso di vita individuale o cosmica, un eone. Una similitudine aiuta a crearsi un’idea della lunghezza di un kappo: se qualcuno dovesse estrarre un seme ogni cento anni da un granaio a forma di cubo di un yojanaṃ di lunghezza, larghezza e altezza ripieno di minuscoli semi di senape, ebbene allora il kappo non sarebbe ancóra terminato.

yojanaṃ: questa era l’unità di misura tradizionale di lunghezza ed era generalmente intesa pari alla distanza percorsa da un giogo trainato da un bue, circa sette miglia.

11. satasahasse: sata + sahasse ‘cento + mila’.

12. Sumedhapatthanākathā, Buddhavaṃsapāḷi, Khuddakanikāye.

13.   In questa città, chiamata anche Amaravatī, viveva il bodhisatto Sumedho: «Nagare amaravatiyā, sumedho nāma brāhmaṇo […]» Sumedho la lasciò per la solitudine dell’Himalaya, dove dimorò in una capanna di foglie dedicando tutto il suo tempo alla meditazione. Ivi venendo a sapere della venuta del sammāsambuddho Dīpaṅkaro (Dīpaṅkaro nāma jino, uppajji lokanāyako) fu preso dall’entusiasmo ed immediatamente partì per andare a rendergli omaggio.

14. tiṇṇa: participio passato di tarati ‘traversare, superare’.

15. thāmadassinā: thāma + dassinā ‘forza, potere + visione’.

16. santāressaṃ: santāressāmi, futuro causativo di tārati ‘farò traversare’.

17. Stessa fonte della nota 12.

18. paramatthāya: parama + atthāya (dativo di attho) ‘migliore, superiore + beneficio, benessere’.

19. Bahujanahitasuttavaṇṇanā.

20. taṃsampāpakamaggatthāyāti: taṃ + sampāpaka + magga + atthāyāti ‘questo + fa raggiungere + sentiero + beneficio’.

21. phalasamāpattisukhatthāyāti: phala + samāpatti + sukha + atthāya + ti ‘frutto + conquista + felicità + allo scopo di’.


Last modified: Thursday, 28 September 2023, 3:16 PM